Maggie Nerazzurra

Maggie nerazzurra

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Uno, Mourinho, I Centomila

Mi siedo sul divano che saranno le 20.15 e osservo Mourinho solo in mezzo al campo, a pochi minuti dall’inizio della gara, a raccogliere i fischi e gli insulti dell’intero stadio. E’ una scena dai contorni epici. Da brividi. Un uomo contro tutti. Un uomo contro il mondo. Un uomo contro il suo passato. Lui da solo, loro in centomila. Un confronto sproporzionato, suicida, segnato a priori. Eppure qualcosa non torna. Non torna perché, osservando il tecnico di Setubal, osservando la sua sicurezza, la sua concentrazione, la sua spavalderia, la sua determinazione, ti accorgi che, incredibilmente, dinanzi ai 100.000, a comandare è lui. E’ lui che guida le danze. E’ lui che, dal prato, lancia la sfida: “Sono qui. Non ho paura. Me ne infischio di tutti voi, delle vostre magliette, dei vostri proclama, della pelle che venderete cara. Io e i miei uomini la venderemo più cara di voi.” Li osserva, li ascolta, li lascia fare imperturbato e imperturbabile. Catalizza su di sé tutto l’odio sportivo che stasera trasuda dal Camp Nou. E’ una scena senza precedenti. Un allenatore che scelga di sfidare un intero stadio, e che stadio, io non l’avevo mai visto. E’ il segnale che il comandante lancia ai suoi uomini prima della grande battaglia: “Io non ho alcuna paura. E voi?” Pandev non c’è. I guai fisici degli ultimi giorni lo costringono al forfait. Al suo posto e nella sua stessa posizione c’è Chivu, largo a sinistra a sostenere il centrocampo e a provare le ripartenze. Dietro c’è il muro: Maicon-Lucio-Samuel-Zanetti. Di lì non si passa. Puoi fare ciò che vuoi: là dietro non passi. Non passi perché la macchina difensiva dell’Inter, ideata e costruita da Mourinho, è la quintessenza dell’organizzazione e della concentrazione. Non passi perché là vi trovi di tutto; persino Milito ed Eto’o. Non passi perché là dietro Mourinho li muove col telecomando. Non passi nemmeno se ci sbattono fuori Thiago Motta. Puoi fare tutte le sceneggiate che vuoi, puoi buttarti in terra a ogni minimo contrasto, puoi tenere palla per l’intera partita, puoi indossare le magliette più ridicole dell’intera storia del calcio, puoi chiedere ai tifosi di arrivare alle 20 del giorno prima o di venire sotto le nostre finestre a suonare i Gipsy Kings tutta notte: non passi, a Madrid ci andiamo noi. Ne siamo così certi che il gol di quel fanatico di Piqué, a pochi minuti dalla fine, ci coglie così di sorpresa da lasciarci senza fiato. In un baleno riaffiorano gli spettri dei tempi andati. Riaffiora Liverpool, riaffiora Manchester, riaffiora il Villareal. Ma non riaffiora la vecchia Inter. La corazzata tiene. Tiene nel cuore, nella testa e nelle gambe. E’ organizzata, sa quel che deve fare. I suoi uomini si muovono a memoria e chiudono ogni spazio. Sono in dieci ma non se ne accorge nessuno. Loro sì che vendono cara la pelle. Hanno il DNA del loro condottiero. Un unico brivido per un gol segnato a gioco fermo e arriva il triplice fischio. Siamo in finale. Mourinho corre braccia al cielo verso i tifosi nerazzurri. E’ per voi. I catalani piangono. I nostri pure. Gli idranti blaugrana, biechi come chi li avvia, tentano senza successo di annacquare l’ubriacatura nerazzurra. Andiamo a Madrid, ci andiamo con lo Special One, il più grande tecnico che, al pari di HH, si sia mai seduto sulla panca dell’Inter. Ci andiamo alla faccia dei gufi. Ci andiamo alla faccia di certi media. Ci andiamo con Mourinho, solo contro tutti. Come prima della gara, in mezzo al campo. A sfidare il mondo. Uno, Mourinho, I Centomila.

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A Milano c’era il derby: in memoria di Guerrino

Partiamo in cinque: io, mio padre, elPustì, Guerrino e suo figlio Simone. Partiamo all’alba del 17 marzo 1985. È una fresca e soleggiata domenica di primavera. La  Citröen CX Break di mio padre punta verso Milano. Alle 14.30 c’è il derby. San Siro è ancora quello di un tempo: due soli anelli, posti numerati solo in tribuna. Chi tardi arriva male alloggia. Se non fosse per la presenza d’elPustì, la spedizione sarebbe del tutto equilibrata: io e mio padre a tenere per l’Inter, Guerrino e suo figlio per il Milan. Ma elPustì c’è, e con lui l’ago della bilancia pende inesorabilmente dalla parte nerazzurra. Ha vissuto i fasti dell’Inter di Herrera, si è lasciato rapire dagli affondo di Facchetti, dai lanci millimetrici di Suarez, dai guizzi di Sandro Mazzola, dalla foglia morta di Mariolino Corso. Ha visto Peiró beffare il portiere del Liverpool, ha udito mille volte Il Mago proferire taca la bala e ha visto la Beneamata trionfare al Prater, sconfiggere il Benfica, battere e ribattere l’Independiente, salire sul tetto d’Europa e del Mondo due volte consecutive. L’Inter, elPustì, ce l’ha nel sangue. Guerrino no. Lui tiene per il Milan. È il cugino di mio padre, hanno più o meno la stessa età. La passione calcistica li divide, certo, ma vanno d’accordo, si stimano. Si vedono spesso al bar e magari discutono animatamente, ma non hanno mai alcun motivo di buttarla sul personale. Sono uomini a modo, amano il calcio ma sanno tenerlo al posto giusto. Tant’è che, da buoni cugini, l’avventura del derby scelgono di viverla insieme. È la ventunesima di trenta giornate. L’Hellas Verona guidata da Osvaldo Bagnoli corre verso il suo storico scudetto. L’Inter e il Milan si accontenteranno del terzo e del quinto posto. Massimo Moratti e Silvio Berlusconi sono ancora lontani. L’Inter è nelle mani del rag. Ernesto Pellegrini, il cuoco di Villar Perosa, mentre il Milan è proprietà di un inguaiato Giuseppe Farina. A guidare i nerazzurri Ilario Castagner, quello del Perugia dei miracoli. Sulla panchina rossonera c’è Il Barone: Nils Liedholm. Là davanti, a farmi sognare, Karl Heinz Rummenigge.  Loro hanno Mark Hateley e Pietro Paolo Virdis. Arriviamo allo stadio più tardi del previsto; gli spalti sono già gremiti in ogni ordine di posto. Ci sistemiamo in quella che oggi chiamano Tribuna Arancio, in piedi, stretti stretti, nell’angolino alto di sinistra, al pari della linea di porta. Non è una gran posizione ma va bene lo stesso. Sono teso, ho appena 17 anni ed è la prima volta che assisto a un derby. Mi estraneo dal resto della truppa. Per novanta minuti i miei compagni di viaggio non esistono: c’è solo l’Inter. Pazienza se Guerrino e suo figlio fanno il tifo per quegli altri. Io sono lì per l’Inter. Passano in vantaggio loro, orca l’oca. Guerrino e Simone esultano. Io sto malissimo. Poi Rummenigge – gol storico il suo – infila Terraneo con un missile terra-aria senza precedenti. Stavolta esulto io. Simone e Guerrino tacciono. A dieci minuti dal termine raddoppia Spillo Altobelli. Esulto di nuovo e di più. Sembra fatta. Ma a pochi istanti dal fischio finale Vinicio Verza ristabilisce la parità. Guerrino e Simone possono liberare la loro gioia. Finisce 2-2. Torniamo a casa senza vinti né vincitori. Il viaggio di ritorno, smaltita la tensione della gara, è divertente. Quattro ore a parlare del derby, quattro ore a difendere le proprie passioni.  Un abitacolo e cinque commissari tecnici. elPustì parla poco, c’è rimasto male; il gol beccato all’89° non l’ha digerito proprio. La sua Inter, l’Inter di Herrera, avrebbe vinto. Io e Simone ci punzecchiamo più volte, ma senza cattiveria. Meritava l’Inter. No, meritava il Milan. Ha giocato meglio l’Inter. No, ha giocato meglio il Milan. Non se ne esce. Siamo giovani e convinti. Con gli anni impareremo che non vale la pena. Mio padre vede nerazzurro ma parla poco e si limita a guidare. Guerrino vede rossonero, e parla, ma con garbo come sempre. Tra una chiacchiera e l’altra, tra uno sfottò e una punzecchiata, arriviamo ad Ancona e pigliamo la strada di casa. Ci siamo divertiti. È stata una bella esperienza. La ricordo ancora oggi, a 25 anni di distanza. Ho imparato là che il calcio non può e non deve in alcun modo dividere. Ho imparato là che la differenza di età non rappresenta un ostacolo ma una ricchezza.  Ma è un’esperienza che non potrò più ripetere. elPustì se ne è andato alcuni anni fa. Guerrino ci ha lasciati ieri, all’improvviso, a pochi passi dalla moglie. Lei lo attendeva in auto. Torno subito le aveva detto. Non c’è riuscito. Mi piange il cuore.

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L’informazione istruttiva

È molto istruttivo osservare come i media italiani siano riusciti a trasformare lo 0-0 dell’Inter con i campioni del mondo del Manchester United in un risultato negativo e abbiano nello stesso tempo trovato modo di tramutare le sconfitte di Roma e Juventus, maturate contro compagini di certo meno attrezzate del Manchester, in risultati più che accettabili o addirittura degni di lode. E pensare che mentre all’Inter, per superare il turno,  nel match di ritorno potrà bastare un pareggio a partire dall’1-1, alle altre due italiane sarà necessario vincere con almeno due goal di scarto. Poi potrà succedere di tutto, certo, ma tant’è, e tanto basta per impararne molte attorno al modo di fare informazione nel nostro paese. Con l’augurio che tutte e tre le squadre approdino ai quarti di finale di Champions League.

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Siti in fuorigioco

MaiconLa mia amata Inter vince a Siena siglando un gol irregolare, quello del definitivo 2-1. Il guardalinee non si avvede del fuorigioco di Maicon e gli concede di proseguire verso la porta avversaria, dove andrà a infilare il portiere con un delizioso pallonetto.  Vincere così non è  bello, certo, ma è ancor meno bello, ti assicuro, recarsi sul sito ufficiale della Beneamata, leggere l’intera cronaca dell’incontro e accorgersi che non vi è alcuna menzione del fuorigioco, dell’errore arbitrale che ci ha consentito di portare a casa i tre punti. Non ci credi? Guarda qua, copio e incollo:

Al minuto 38 l’Inter si riporta in vantaggio. L’azione: Cordoba, dal limite dell’area, prova la conclusione. Maxwell, pochi metri più avanti, intercetta e con un pregevole colpo di tacco libera Maicon che mette in rete scavalcando Curci con un fantastico tocco di esterno destro.

Pregevole colpo di tacco, fantastico tocco di esterno destro… tutto vero, tutto sacrosanto, tutto bello. Ma il fuorigioco? L’errore del guardalinee? Che fine hanno fatto? Perché il cronista non ne parla? Perché l’autore del pezzo omette di riferirne? Che modo è, questo, di fare informazione?  A cosa serve una cronaca di quel tipo, una cronaca che cronaca non è, perché omette di riferire fatti così importanti? Ti pare possibile che nell’era del cosidetto Web 2.0 ci sia ancora qualcuno che utilizzi la Rete in questo modo, omettendo fatti e presentandoti una realtà che reale non è? A me no, e che a farlo sia proprio la mia squadra del cuore mi delude oltre ogni misura. Tanti saluti al feed RSS della Beneamata. Da ieri sera non è più nel mio aggregatore. [La foto è tratta da www.inter.it]

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Mourinho e Mancini: paragoni che bruciano

Eh no, caro Mourinho! Se sei persona intelligente, se sei davvero Special One, le critiche le devi accettare, così come devi accettare i paragoni con le performance ottenute lo scorso anno dall’Inter di Roberto Mancini. Non puoi chiederci di paragonare la tua Inter a quella del primo anno del Mancio. Troppo comodo, amico mio. Quell’Inter là veniva da vent’anni di insuccessi, era un’Inter allo sbando, un’Inter la cui storia più recente era costellata di magre figure. Per giunta era un’Inter cui Calciopoli aveva precluso ogni possibilità di vittoria. La giustizia sportiva, lo ricorderai, cancellò quel campionato dagli albi, non assegnandolo a nessuno. Segno che trattavasi, perlomeno agli occhi di chi ha l’autorità di giudicare, di campionato falsato, truccato, manipolato, di scudetto (quello si!) di cartone. Il tuo collega Mancini prese l’Inter per mano proprio in quel contesto e seppe trasformarla in un’armata invincibile, una corazzata inattaccabile che due anni dopo avrebbe addirittura saputo mettere in fila qualcosa come diciassette, dico diciassette, vittorie consecutive, stabilendo un record destinato a resistere nel tempo e vincendo il campionato con ben cinque giornate di anticipo, successo bissato l’anno successivo. Tu, caro Special One, hai ereditato quell’Inter là, una squadra invincibile e spettacolare, non hai ereditato l’armata brancaleone che ereditò Roberto: ti sei seduto sulla panchina dei campioni d’Italia. Tu, inoltre, non devi combattere contro Calciopoli. Lui sì, lui dovette. Quindi, prima di aprire bocca, prima di innervosirti coi giornalisti, prima di scaldarti con chi il paragone te lo urla dalla tribuna, conta sino a dieci, e poi magari scegli di tacere e di accettare le critiche, i confronti, le opinioni diverse dalle tue. E se quest’anno la tua Inter riuscirà a vincere lo scudetto, allora ne riparleremo. Te lo auguriamo di cuore. Buon lavoro!

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La squadra invincibile

C’era una volta, tanto tempo fa, una squadra di calcio molto forte, una squadra di supereroi, che giocava il più bel calcio del mondo e che vinceva ovunque e contro qualunque avversario. Era una squadra che segnava tanti tanti gol e non ne prendeva mai nessuno. Ai suoi avversari faceva tanta paura, e nessuno voleva mai giocare contro di lei. La sua casacca era di quelle speciali: bellissime righe verticali di un blu intenso si alternavano a righe nere e lucide. Su di loro spiccava, orgoglioso e fiero, uno sgargiante scudo tricolore: verde, bianco e rosso, accompagnato da una stella luminosa e color del sole. I suoi giocatori erano uomini speciali: alti come sequoie, veloci come il vento, forti come l’acciaio. Nessuno riusciva mai a vincere contro di loro; era impossibile: quella squadra era nata per vincere. Al caldo cocente del sole, lungo i campi innevati o sotto la pioggia battente, quella squadra vinceva, vinceva, vinceva. Mai una battuta d’arresto, mai una brutta partita. Solo trionfi, sempre e ovunque. A guidarla, dal bordo del campo, seduto su una panchina colorata e luminosa, c’era un giovane uomo, un uomo geniale e coraggioso, uno nato per vincere. Indossava una lunga sciarpa di lana nera e azzurra arrotolata al collo, e morbidi maglioni verdi. I sostenitori della sua squadra lo amavano intensamente. Era il condottiero di un’armata invincibile. La sua favola era destinata a prolungarsi nel tempo, a durare per sempre. Nessuno avrebbe mai potuto sperare di batterlo. Nessuno lo avrebbe mai nemmeno pensato. Fin quando, in uno strano giorno d’estate, un giorno di quelli in cui succedono solo le cose impossibili, dopo l’ennesimo grande trionfo, lassù dove si comanda qualcuno decise che quel giovane uomo andava eliminato; così, senza motivo e senza appello, per il solo gusto di eliminarlo e di cambiare le cose. E così fu. Quell’uomo venne eliminato e al suo posto venne assunto un altro giovane uomo. E di quella squadra invincibile e di supereroi, potente e affascinante, rimase solo la casacca.

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Il calcio estivo non conta niente

Come volevasi dimostrare, il calcio estivo non conta niente. Al primo impegno ufficiale, quello della Supercoppa Italiana, l’Inter – la cui difesa durante le gare estive amichevoli era parsa inespugnabile – becca due gol dalla Roma, evidenziando – soprattutto in occasione della seconda segnatura – qualche difficoltà. Mettitelo bene in testa: il calcio estivo non conta proprio nulla. Le grandi amichevoli di cui si è farcito da una ventina d’anni a questa parte sono solo un’operazione di marketing, volta a catturare l’attenzione dei tifosi, delle TV e quindi degli sponsor, in un periodo in cui di solito si pensa più alle ferie che al calcio. Le gare che contano sono quelle che valgono tre punti. Puoi inventarti mille trofei Tim, centomila coppe Birra Moretti, un milione di Trofei Berlusconi; al fine di un’analisi oggettiva attorno ai progressi tecnico-tattici di una squadra non conteranno mai niente. La gara di stasera, seppur vinta dall’Inter, lo conferma. Ecco perché ormai da anni scelgo di ignorare qualsiasi incontro estivo che non abbia la veste dell’ufficialità.

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Pazza Inter

Chi mi conosce sa che sono un innamorato dell’Inter. Chi mi conosce sa anche che, superato da oltre vent’anni il fervore calcistico adolescenziale, vivo la mia passione con equilibrio e spesso con un po’ di distacco. Gli ultimi quattro anni, dopo lunghi periodi di vacche magre, hanno regalato a noi sostenitori della Beneamata, belle soddisfazioni: lo scudetto dell’onestà, lo scudetto dei record, lo scudetto della (sofferta) conferma. A corredo dei tre titoli, due Coppe Italia e due Supercoppe italiane. Insomma, quattro anni di rara bellezza, pieni di bei momenti e di grandi partite giocate da una squadra finalmente forte, vincente, di grande personalità e dalla continuità impressionante. I detrattori, quelli che farebbero bene a concentrarsi sulle recenti nefandezze delle loro società piuttosto che pensare alle altre, hanno in molti modi cercato di sminuire i meriti dei nerazzurri, asserendo più o meno dichiaratamente che i successi siano più figli di Calciopoli che d’altro, e dimenticando che, in realtà, a essere figli dello scandalo erano i titoli precedenti e non certo quelli conquistati dalla squadra di Roberto Mancini. Eh, già: Roberto Mancini. Nessun allenatore, perlomeno negli ultimi 40 anni, era riuscito a vincere così tanto e, soprattutto, a mettere ordine in un ambiente che troppe volte era apparso disordinato e disorientato. Tre scudetti consecutivi! Un’impresa assoluta, degna di un grande allenatore, di un condottiero dalle rare virtù. E che ti fa il presidente? Lo licenzia, in tronco, e per giunta senza manco ringraziarlo per il lavoro svolto in questi anni. Ti sembra normale? A me no. Per nulla. Mi dirai che il presidente è, in questo caso, anche il padrone e quindi fa quel che vuole. Certo, ineccepibile. I soldi sono i suoi ed è libero di rischiarli come vuole. Ma certe cose, amico mio, lasciatelo dire, capitano solo all’Inter. Ma d’altronde da una squadra che si lascia definire Pazza anche dal suo inno ufficiale, cosa puoi aspettarti?

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Tiri Mancini

L’Inter perde col Liverpool ed esce dall’Europa, Mancini annuncia la sua decisione di andarsene a fine stagione e scatena una ridda di voci e di ipotesi attorno ai motivi di questa inattesa e netta rottura. Un contratto di quattro anni sembrava aver blindato il tecnico jesino per molti anni ancora. Invece di colpo scopriamo che non è così, in un baleno, nell’atmosfera mesta e un po’ nervosa del dopopartita, con la delusione dell’eliminazione ancora tutta da smaltire, che ti fa il Mancio? Ti annuncia al mondo intero che se ne andrà, che i prossimi due mesi saranno gli ultimi, che da giugno la sua chioma brizzolata, il suo naso dal profilo un po’ marcato, il suo broncio divertente e indisponente, assieme all’inseparabile pullover verde e alla sua innata voglia di vincere, lo accompagneranno altrove. Peccato. Auguri Mancini, ovunque tu vada. Ci siamo divertiti.

Update: Sembra che il Mancio non se ne vada. Meglio così, no?

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