I campioni e il gioco di squadra
Promesso: dopo questo post eviterò di occuparmi di calcio per un bel po’; tornerò, insomma, alle mie abitudini. Non mi piacciono i calciatori e gli allenatori che dicono: ho vinto questo, ho vinto quell’altro. I calciatori, gli allenatori, non vincono un bel nulla. Sono le squadre a vincere. Il calcio è gioco di squadra, è il gruppo, il team, l’insieme dei tanti uomini che formano la società a vincere una gara, un trofeo, un campionato. Quando una squadra diventa, chessò, campione d’Italia, non sono il suo portiere o il suo centravanti a divenirlo ma unicamente la loro squadra. Le frasi che sento spesso in TV, del tipo è con noi il campione del mondo Marcello Lippi o è nostro ospite il campione d’Italia Marco Materazzi, non hanno alcun senso e sono del tutto fuorvianti. Campione del mondo è l’Italia nel suo insieme, nel suo essere squadra, nel suo essere team, non il suo pur bravo commissario tecnico. Campione d’Italia è l’Inter e non il suo difensore centrale. Che poi nell’ambito di una società ognuno dia il suo importante contributo è un altro discorso. Ma negli sport di squadra non sono certo i singoli a vincere, sono le loro squadre. Il calcio non è, per citare un esempio, l’atletica leggera, dove eccezion fatta per la staffetta gareggi da solo e puoi far conto unicamente sulle tue forze. I media dovrebbero ricordarselo e imparare a parlare dell’allenatore dell’Italia campione del mondo o del difensore centrale dell’Inter campione d’Italia. Nella speranza, ovviamente, che l’Inter e l’Italia continuino a rimanere a lungo in quei ruoli.
0L’abuso del verbo fare/2
L’impresa si compie, il record si stabilisce, la partita si disputa, l’abbonamento si sottoscrive, la foto si scatta, la scuola si frequenta, lo sport si pratica, la causa si intenta, le azioni si compiono, i gesti pure, la lettera si scrive, l’esercizio si svolge, il dovere si assolve, l’attenzione si presta, il video si gira.
0L’abuso del verbo fare
I discorsi non si fanno; si tengono o al limite si pronunciano. Nemmeno le strade si fanno, bensì si percorrono. A farle ci pensa lo Stato. Anzi no: lo Stato le realizza, le costruisce. Le domande si pongono o si rivolgono, ché se le fai non ti risponde nessuno. I biglietti si acquistano, ché farli, anzi stamparli, è compito della tipografia. I soldi si guadagnano, si accumulano, si accantonano ma non si fanno. Neanche i debiti si fanno; piuttosto si contraggono, un po’ come capita per certe malattie. I panini si preparano, ché farli è più complesso. Le barche si acquistano, le automobili pure. Se proprio non le vuoi comprare noleggiale ma non farle. Le indagini si svolgono, gli errori si commettono, i contratti si stipulano, le visite si recano, gli esami si sostengono, i ricorsi si presentano.
2Del customizzare
Ma ti rendi conto di come stiamo violentando la nostra lingua? Ma ti rendi conto di quali termini siamo arrivati a coniare nelle nostre menti tortuose? Leggo stamani nel mio aggregatore una roba simile a questa: customizzare Windows. Ma, dico io: dove diavolo li vai a pescare certi obbrobri? È possibile che mentre scrivi certe robacce non ti stridano le orecchie e non ti si accapponi la pelle come quando a scuola i tuoi compagni, interrogati, strisciavano il gesso sulla lavagna calcando un po’ troppo e producevano sibili sconquassanti? A me, leggere customizzare, fa quell’effetto lì. Se poi procedo nella lettura di quello stesso post e mi imbatto in customizzazione, un brivido corre lungo tutta la mia schiena e mi scuote da capo a piedi. Ma il vecchio adattare, il fidato personalizzare, non ti bastano? Non ti sono sufficienti? Devi per forza violentare due lingue, quella italiana e quella inglese, per giungere a produrre simili, mostruosi ibridi? Per quale motivo? Dove devi arrivare? Ma fammi il piacere.
Numana: parchimetri diabolici
Devi parcheggiare di sera a Numana? Portati il blocchetto degli assegni. Sì, portati gli assegni, perché l’amministrazione della deliziosa cittadina marchigiana arroccata sulle pendici del Conero, a piombo sul mare, in tema di parcheggi e di tariffe, sembra manifestare una creatività senza eguali. Seguimi e, se riuscirai a non scandalizzarti, forse potrai farti due risate. La vedi la foto qua a fianco? Bene. L’ho scattata venerdì sera attorno alle 23.00. Indica il vigente sistema di tariffazione della sosta nel parcheggio antistante l’ingresso principale al centro di Numana, appunto. Noti niente di strano? No? Bè, se non noti niente di strano te lo faccio notare io. Come vedi, il cartello indica tre fasce orarie di tariffazione: 2 euro dalle 21.30 alle 23.30, 1 euro dalle 21.30 alle 22.30, 1 euro dalle 22.30 alle 23.30. Come dici? Niente di strano? Un normale tariffa di 1 euro l’ora? Aspetta, continua a seguirmi e ti divertirai. Se a prima vista quella di cui sopra sembra una normale tariffa di un euro l’ora, nel momento in cui parcheggi in quel di Numana e vai a fare i conti col diabolico parchimetro ti accorgi che piazzare la tua auto da quelle parti potrebbe costarti, quanto meno in linea ipotetica, più di quanto spenderesti per lasciarla in Place Vendome. E sai perché? Perché se, puta caso, arrivi alle 22.15 e inserisci la tua moneta da un euro, il parchimetro non ti dirà che sei autorizzato a sostare sino alle 23.15, ma ti dirà – reggiti forte – che con quell’euro tu potrai lasciare parcheggiata la tua auto sino alle 22.30! Sì, hai capito bene: 22.30! Duemila delle vecchie lire per 15 minuti di sosta! Tutto ciò perché, indipendentemente dal tuo orario di arrivo, il primo euro esaurirà in ogni caso la sua validità alle 22.30! E questo – bada bene – anche nell’ipotesi in cui tu dovessi infilarlo nel parchimetro alle 22.29! Pagheresti, in quella sciagurata circostanza, un euro per sostare appena un minuto! Una media ipotetica di 60 Euro l’ora! Ora lo comprendi il trucco? A quel punto, e solo a quel punto, l’inserimento di una seconda moneta da un euro ti autorizzerebbe a sostare sino alle 23.30. Due euro per 61 minuti: una media, in questo caso, di quasi 4 euro l’ora. A Place Vandome, nel parcheggio sotteraneo della lussuosissima piazza parigina, si spendono 3,2 euro l’ora. E per giunta senza trabocchetti. Signori amministratori: un po’ di vergogna! No eh?
Caldo killer. O no?
Negli ultimi sei o sette giorni dalle mie parti ha fatto molto caldo; il termometro è salito sovente al di sopra dei 35°C. Nel corso di queste giornate così calde purtroppo alcune persone hanno perso improvvisamente la vita. Ben tre, a leggere i quotidiani locali: un settantacinquenne, un quarantaseienne e un terzo di cui non ricordo l’età. Leggere di persone che muoiono così all’improvviso, gettando peraltro i propri congiunti nella disperazione, fa sempre molto male. Duole inoltre constatare con quanta rapidità, ahimè, la vita a volte sappia abbandonarci. Perché ti sto raccontando ciò? Perché oltre a voler esprimere il mio dispiacere per quanto accaduto, e la mia vicinanza ai cari di chi purtroppo non c’è più, voglio dividere con te una cosuccia che ho notato leggendo le notizie dai quotidiani. Caldo killer uccide anziano, titola uno d’essi. Ancora una vittima del caldo torrido, titola un secondo. Terza vittima del grande caldo è, in sintesi, uno dei titoli dedicati alla terza scomparsa. I quotidiani collegano dunque tutti e tre gli sciagurati eventi al caldo di questi giorni. Ma siamo sicuri si tratti di informazioni corrette? Se da un lato è vero che il caldo può mietere vittime o comunque aumentare il rischio di malori, è altrettanto vero che non è così facile individuare in quattro e quattr’otto e con precisione le cause di un decesso, non credi? Io non sono un esperto ma so che spesso, a questo scopo, sono necessari esami laboriosi e di vario tipo. Allora tu, caro il mio quotidiano, come fai a dichiarare con tanta sicumera che sia stato proprio il caldo a ucciderle? E se poi ti accorgi che non è così? Se poi ti accorgi, rilievi alla mano, che il malore che le ha uccise non ha niente a che vedere con le temperature di questi giorni? Cosa fai? Rettifichi? Scrivi a tutta pagina che ti sei sbagliato, che il caldo non c’entrava, che era solo una tua ipotesi, che i malcapitati sono morti per cause diverse e che tu hai preso in giro il defunto, i suoi cari e i lettori di tutta la tua città? Mi chiedo: è possibile che per vendere qualche copia in più tu non abbia altra arma dell’arrivare ad addomesticare le notizie in questo modo, così che facciano leva sull’emotività collettiva? Perché tu, bada bene, non mi stai dicendo che sono morte tre persone, ma che tre persone sono morte ammazzate dal caldo. È questa la notizia che stai cercando di vendermi. Non si è trattato, secondo te, caro il mio quotidiano, di morti normali (per quanto possa essere normale la morte, specie se improvvisa) ma di decessi provocati dal caldo. Tu, insomma, senza alcun riscontro scientifico e con sorprendente faciloneria ci stai dicendo che nella nostra città è di certo in atto un’emergenza, quando in realtà siamo solo di fronte alle tue ipotesi. Guarda che i lettori non sono così stupidi come forse pensi. Guarda che chi ti compra sa distinguere i fatti dalle ipotesi, e le tue ipotesi – specie se smaccatamente in malafede – non ci interessano proprio. Puoi abbindolarci una volta. Due, toh. Alla terza rischi di perderci. Poi non ti lamentare se le tue vendite risultano in crisi, se il cliente che ti legge (perché chi ti legge è un tuo cliente, lo sapevi?) è sempre meno giovane, se la gente va sempre meno in edicola e sta sempre più davanti al pc. Se ti succede è perché te lo meriti. Impara a fare informazione, se ne sei capace. Ci interessa quella. E la prossima volta limitati a raccontarci ciò che è successo. Per le favole ci sono già le nonne. Loro sì che ce le sanno raccontare.
2Piuttosto che
Trovo insopportabile l’abitudine ormai diffusa di utilizzare l’espressione piuttosto che nel senso della disgiuntiva o. Sarà snob quanto vuoi ma è un utilizzo del tutto errato e, per giunta, fuorviante. Se io dico che vado spesso a cena da Francesco piuttosto che da Mario, intendo dire che mi capita di mangiare più spesso dal primo che dal secondo, e non che io vada sovente a cena dall’uno o dall’altro. Se mi dici che per andare al lavoro imbocchi via della Libertà piuttosto che via della Pace, caro il mio snob, io capisco che per andare a timbrare il cartellino preferisci attraversare via della Libertà e che via della Pace la lasci percorrere volentieri a qualcun altro. Se poi mi dici che hai fame piuttosto che sete, con me rischi di fare la fine del sorcio: satollo e disidratato. Vuoi un consiglio? Piuttosto che preoccuparti di fare lo snob, preoccupati di parlare italiano.
7Pazza Inter
Chi mi conosce sa che sono un innamorato dell’Inter. Chi mi conosce sa anche che, superato da oltre vent’anni il fervore calcistico adolescenziale, vivo la mia passione con equilibrio e spesso con un po’ di distacco. Gli ultimi quattro anni, dopo lunghi periodi di vacche magre, hanno regalato a noi sostenitori della Beneamata, belle soddisfazioni: lo scudetto dell’onestà, lo scudetto dei record, lo scudetto della (sofferta) conferma. A corredo dei tre titoli, due Coppe Italia e due Supercoppe italiane. Insomma, quattro anni di rara bellezza, pieni di bei momenti e di grandi partite giocate da una squadra finalmente forte, vincente, di grande personalità e dalla continuità impressionante. I detrattori, quelli che farebbero bene a concentrarsi sulle recenti nefandezze delle loro società piuttosto che pensare alle altre, hanno in molti modi cercato di sminuire i meriti dei nerazzurri, asserendo più o meno dichiaratamente che i successi siano più figli di Calciopoli che d’altro, e dimenticando che, in realtà, a essere figli dello scandalo erano i titoli precedenti e non certo quelli conquistati dalla squadra di Roberto Mancini. Eh, già: Roberto Mancini. Nessun allenatore, perlomeno negli ultimi 40 anni, era riuscito a vincere così tanto e, soprattutto, a mettere ordine in un ambiente che troppe volte era apparso disordinato e disorientato. Tre scudetti consecutivi! Un’impresa assoluta, degna di un grande allenatore, di un condottiero dalle rare virtù. E che ti fa il presidente? Lo licenzia, in tronco, e per giunta senza manco ringraziarlo per il lavoro svolto in questi anni. Ti sembra normale? A me no. Per nulla. Mi dirai che il presidente è, in questo caso, anche il padrone e quindi fa quel che vuole. Certo, ineccepibile. I soldi sono i suoi ed è libero di rischiarli come vuole. Ma certe cose, amico mio, lasciatelo dire, capitano solo all’Inter. Ma d’altronde da una squadra che si lascia definire Pazza anche dal suo inno ufficiale, cosa puoi aspettarti?
1Quelli che… the end
Quelli che mi cercano solo quando fa loro comodo non mi troveranno più, quelli che mi chiamano quando potrebbero fare da soli mi cercheranno invano, quelli che mi telefonano su Skype all’improvviso non avranno più alcuna risposta, quelli che non rispondono agli sms non avranno più alcuna notizia, quelli che mi fanno lo squillino non saranno più richiamati, quelli che mi chiamano a tarda sera mentre dormo troveranno il telefono staccato, quelli che mi chiamano all’ora dei pasti pure, quelli che mi telefonano senza far comparire il loro numero perderanno solo tempo, quelli che su Skype sono sempre invisibili li cancellerò dai miei contatti, quelli sempre assenti o non disponibili pure, quelli che mi chiedono suggerimenti tecnici faranno bene a cercarli su Google. Per tutti gli altri ci sarò sempre, e magari ci sarò anche per loro, quando avranno imparato a ritenere un po’ meno scontate la mia presenza e la mia disponibilità.
2Quelli che… /3
Quelli che il loro punto di vista è sempre il migliore, quelli che il loro modo di vivere è sempre il migliore, quelli che contano solo le loro ragioni, quelli che conta solo la loro pancia, quelli che gli altri non capiscono niente, quelli che gli altri non esistono, quelli che le loro scelte son sempre giuste, quelli che diverso è uguale a inferiore, quelli che danno consigli ma non hanno smesso di dare il cattivo esempio, quelli che credono di poter dire ciò che vogliono, quelli che credono di poter fare ciò che vogliono, quelli che proferiscono menzogne, quelli che le ascoltano, quelli che danno retta a tutto ciò leggono, quelli che danno ascolto a tutto ciò che sentono, quelli che giudicano senza conoscere, quelli che vox populi vox Dei, quelli che se lo hanno messo in galera c’è un motivo, quelli che per me è stato lui, quelli che che per me è stata lei.
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