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Giovanni Allevi, Uto Ughi e una certa prosopopea

alleviHo la sensazione, seppur da una posizione alquanto periferica e poco significante come la mia, che quella attorno a Giovanni Allevi sia divenuta ormai una vera e propria guerra di religione. Da un lato quelli che, evidentemente convinti della bontà delle proprie competenze, tendono a sminuire il successo del musicista e a farlo apparire unicamente come il risultato di un’azzeccata operazione di marketing, e dall’altro quelli che invece – forse più di bocca buona, chissà – ritengono di dover individuare i motivi di tale exploit soprattutto nella sua musica. Io, chiariamolo subito, non ho in alcun modo competenze musicali che mi consentano di schierarmi da una parte o dall’altra, e per giunta – lo confesso – non me ne importa più di tanto. Desidero tuttavia soffermarmi qualche istante sulla polemica che in questi giorni ha visto protagonista, in merito, il noto violinista Uto Ughi, palesemente schieratosi dalla parte dei detrattori di Allevi con parole piuttosto pesanti che hanno, era prevedibile, suscitato la seccata risposta del musicista marchigiano. Vengo al dunque: ritengo l’uscita di Ughi un’enorme caduta di stile. Il sessantacinquenne violinista di Busto Arsizio, che si dichiara offeso dal successo di Allevi, arriva a definire risibili le composizioni del musicista marchigiano, senza preoccuparsi di spiegare alla massa degli allevi-seguaci il perché di tale giudizio. Un collage furbescamente messo insieme‘ dichiara Ughi, riferendosi ai lavori di Allevi. Dove? Quando? Perché? Spiega nulla, l’Ughi? No. Si preoccupa forse di argomentare, di approfondire, di chiarire, di illuminare la massa allevica, di salvarla dal mostruoso inganno perpetrato dal musicista marchigiano? No. Si limita a spargere veleno e a dare giudizi di carattere strettamente personale, quando dovrebbe ricordarsi che il lavoro di criticare, di giudicare, di sputare sentenze, soprattutto se pubbliche, casomai spetta a quelli che lo fanno per mestiere e non ai colleghi. Tra colleghi ci si rispetta, o al limite ci si ignora; anche quando, a torto o a ragione, ci si ritiene superiori. Lui, invece, con una certa prosopopea, si sente autorizzato a sputare sentenze, a dare giudizi e a pretendere che i suoi punti di vista vengano condivisi dal mondo intero. E non pago dell’enorme scivolone stilistico, Ughi conclude l’intervista invitando Allevi a riflettere tre volte prima di parlare. Dovrebbe farlo lui per primo. La sua onorata carriera, la sua bravura e – soprattutto – la sua età dovrebbero suggerirgli rispetto per chi svolge il suo stesso lavoro, pur con approcci diversi. Aggiungo, per concludere, la mia personale testimonianza: ho avuto modo, un paio d’anni fa, di trascorrere un po’ di tempo con Giovanni Allevi, al BIT 2007, a Milano. Ero al seguito del Cantar Lontano. Marco Mencoboni e compagnia cantante si esibivano tra gli stand della fiera stessa. Allevi si è seduto, ha seguito per un bel pezzo i lavori, si è lasciato intervistare da noi lì presenti allo stand, ha chiacchierato a lungo con noi illustri sconosciuti  e ha avuto parole bellissime per il lavoro del maestro Mencoboni, mostrando semplicità, umiltà, modestia e affabilità. Qualità, queste, che l’intervista di Uto Ughi non lascia trasparire nemmeno un po’. Ecco il video di quell’incontro. Ricordo che fui io stesso a montarlo e a mandarlo online direttamente dalla fiera, pochi istanti dopo quella chiacchierata.

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