Niente vuvuzela, solo petardi
Dunque la UEFA proibisce l’utilizzo delle vuvuzela nelle sue competizioni. L’atmosfera delle partite, recita testuale il comunicato emesso dal massimo organismo calcistico europeo, verrebbe cambiata dal suono delle ormai celebri, fatidiche trombette. Motivazione più che lecita. Ci si chiede, tuttavia, come mai i cori violenti, i cori razzisti, lo scoppio dei petardi e l’utilizzo dei fumogeni, di fatto componenti preponderanti di ogni partita di calcio, non vadano anch’essi ad alterare l’atmosfera di suddetti incontri.
Accontentarsi di Mughini
Mi spieghi perché quando provo a guardarmi una trasmissione televisiva calcistica, qualunque essa sia, mi trovo davanti a comici, attori, scrittori, veline? Eppure un tempo, quando guardavo le trasmissioni televisive calcistiche, avevo modo di ascoltare Gianni Brera, Gualtiero Zanetti, Gianmaria Gazzaniga, Beppe Viola, Oliviero Beha, Italo Cucci, Roberto Beccantini. Io non ti dico di regalarmi gente di quel calibro, ma è possibile che debba accontentarmi di Teocoli, di Abatantuono e di Mughini?
1I campioni e il gioco di squadra
Promesso: dopo questo post eviterò di occuparmi di calcio per un bel po’; tornerò, insomma, alle mie abitudini. Non mi piacciono i calciatori e gli allenatori che dicono: ho vinto questo, ho vinto quell’altro. I calciatori, gli allenatori, non vincono un bel nulla. Sono le squadre a vincere. Il calcio è gioco di squadra, è il gruppo, il team, l’insieme dei tanti uomini che formano la società a vincere una gara, un trofeo, un campionato. Quando una squadra diventa, chessò, campione d’Italia, non sono il suo portiere o il suo centravanti a divenirlo ma unicamente la loro squadra. Le frasi che sento spesso in TV, del tipo è con noi il campione del mondo Marcello Lippi o è nostro ospite il campione d’Italia Marco Materazzi, non hanno alcun senso e sono del tutto fuorvianti. Campione del mondo è l’Italia nel suo insieme, nel suo essere squadra, nel suo essere team, non il suo pur bravo commissario tecnico. Campione d’Italia è l’Inter e non il suo difensore centrale. Che poi nell’ambito di una società ognuno dia il suo importante contributo è un altro discorso. Ma negli sport di squadra non sono certo i singoli a vincere, sono le loro squadre. Il calcio non è, per citare un esempio, l’atletica leggera, dove eccezion fatta per la staffetta gareggi da solo e puoi far conto unicamente sulle tue forze. I media dovrebbero ricordarselo e imparare a parlare dell’allenatore dell’Italia campione del mondo o del difensore centrale dell’Inter campione d’Italia. Nella speranza, ovviamente, che l’Inter e l’Italia continuino a rimanere a lungo in quei ruoli.
0Il calcio estivo non conta niente
Come volevasi dimostrare, il calcio estivo non conta niente. Al primo impegno ufficiale, quello della Supercoppa Italiana, l’Inter – la cui difesa durante le gare estive amichevoli era parsa inespugnabile – becca due gol dalla Roma, evidenziando – soprattutto in occasione della seconda segnatura – qualche difficoltà. Mettitelo bene in testa: il calcio estivo non conta proprio nulla. Le grandi amichevoli di cui si è farcito da una ventina d’anni a questa parte sono solo un’operazione di marketing, volta a catturare l’attenzione dei tifosi, delle TV e quindi degli sponsor, in un periodo in cui di solito si pensa più alle ferie che al calcio. Le gare che contano sono quelle che valgono tre punti. Puoi inventarti mille trofei Tim, centomila coppe Birra Moretti, un milione di Trofei Berlusconi; al fine di un’analisi oggettiva attorno ai progressi tecnico-tattici di una squadra non conteranno mai niente. La gara di stasera, seppur vinta dall’Inter, lo conferma. Ecco perché ormai da anni scelgo di ignorare qualsiasi incontro estivo che non abbia la veste dell’ufficialità.
2