Niente vuvuzela, solo petardi

Dunque la UEFA proibisce l’utilizzo delle vuvuzela nelle sue competizioni. L’atmosfera delle partite, recita testuale il comunicato emesso dal massimo organismo calcistico europeo, verrebbe cambiata dal suono delle ormai celebri, fatidiche trombette. Motivazione più che lecita. Ci si chiede, tuttavia, come mai i cori violenti, i cori razzisti, lo scoppio dei petardi e l’utilizzo dei fumogeni, di fatto componenti preponderanti di ogni partita di calcio, non vadano anch’essi ad alterare l’atmosfera di suddetti incontri.

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Il cagnolino e l’ago della Richter

MaggieE di colpo, ma proprio di colpo, apprendi che l’animaletto a quattro zampe che vive al tuo fianco da oltre sette anni, la creatura più mite, più divertente e più amabile dell’universo conosciuto, deve sottoporsi a un intervento chirurgico di per sé piuttosto semplice ma che potrebbe celare qualche sorpresa. I presupposti per un epilogo felice e sereno, dice il chirurgo, ci sono tutti ma… c’è un ma. Il ma è che l’esatta natura del fastidio la conosceremo solo con l’intervento. Ecco: a me questo aspetto agita come nemmeno immagini. Sì, sì, lo so: può capitare a tutti. A volte capita persino ai bimbi, poverini, alle persone più innocenti. Lo so bene, purtroppo. Ne sono pienamente consapevole e, peraltro, ho vissuto esperienze simili e recenti anche sulla mia pelle. Però, per quanto io mi sforzi di essere razionale, per quanto cerchi di attenermi ai fatti e alle parole rassicuranti del veterinario, per quanto mi sforzi di rimanere sufficientemente sereno, albergo un’agitazione che manderebbe l’ago della Richter a fondo scala.

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Del tu, del lei, degli occhi a mandorla

La coda è di quelle snervanti. Almeno una ventina di persone assiepate dinanzi al desk dell’accettazione attendono il loro turno per descrivere al personale medico i propri sintomi e per vedersi assegnato un codice colorato in base al quale si verrà chiamati e, si spera, curati. È il Pronto Soccorso di un grande ospedale. Fuori fa caldo, il termometro segna oltre 30 °C. All’interno l’impianto di climatizzazione non è nelle sue migliori giornate. In coda, è ovvio, c’è gente sofferente; sofferente e spaurita. C’è il vecchio con la pancia del buddha, la signora sui sessanta fresca di messinpiega e col volto tumefatto dalla caduta, la quarantenne con l’alluce fasciato, l’anziano sulla sedia a rotelle, la venezualana dagli shorts più shorts dell’intero emisfero settentrionale; c’è insomma un campione di umanità varia ed eterogenea, unita suo malgrado da un comune filo conduttore: la sofferenza. Tutti, ma proprio tutti, in quella sala d’attesa, combattono con qualche problema di salute, con qualche timore, con qualche seria preoccupazione, ché se non sei preoccupato, al Pronto Soccorso non ci vai nemmeno sotto tortura. Tra queste povere anime sottratte da un infortunio o da un malore al tran tran della vita quotidiana, in mezzo a quella folla silenziosa e dignitosa, scorgo due uomini dai tratti somatici marcatamente asiatici. Uno dei due non sta molto bene. Giunge in prossimità del desk e, vuoi per l’ansia che lo opprime, vuoi per la scarsa confidenza con l’ambiente, vuoi perché – chissà – magari si sente male davvero, tenta di superare l’intera coda e di presentarsi all’accettazione prima di ogni altro. Hey! Guarda che devi fare la fila! Guarda che devi aspettare il tuo turno. Prima di te c’è tutta ‘sta gente qua. La vedi? Lui, nel suo improbabile italiano, prova a dire che non sta molto bene, che ha bisogno di essere assistito subito. Senti, qui stiamo tutti male, ok? Guardati intorno: tra quelli che vedi non ce n’è uno che stia bene. Te ne sei reso conto? Il ragionamento non fa una piega. Se siamo lì è perchè tanto bene non stiamo. Sarà il personale medico a stabilire le urgenze. Le reazioni, dunque, per quanto impulsive e non proprio eleganti posso comprenderle. Una cosa però mi colpisce: gli diamo del tu. Tutti, nessuno escluso. Non è italiano, e per questo ci sentiamo autorizzati a dargli del tu. Se a passarci avanti irrispettosamente fosse stata una signora della nostra stessa nazionalità le avremmo risposto nello stessso modo, certo. Ma le avremmo dato del lei.

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iPad? Il più bel ebook reader in assoluto: dite quel che vi pare

Sì, sì, lo so: lo schermo è retroilluminato, la lettura potrebbe stancare un po’ l’occhio, sotto il sole non lo puoi utilizzare più di tanto perché, al pari degli altri schermi retroilluminati, la luce esterna lo rende poco visibile. Però per quel che ho visto al Salone del libro di Torino, l’iPad è l’ebook reader più affascinante che io abbia sin qua visto e tenuto tra le mani. Provate a sfogliare una pagina e ne riparliamo. Parola di uno che non hai mai utilizzato un dispositivo Apple.  Dite quel che vi pare. Chi se ne importa ;)

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Uno, Mourinho, I Centomila

Mi siedo sul divano che saranno le 20.15 e osservo Mourinho solo in mezzo al campo, a pochi minuti dall’inizio della gara, a raccogliere i fischi e gli insulti dell’intero stadio. E’ una scena dai contorni epici. Da brividi. Un uomo contro tutti. Un uomo contro il mondo. Un uomo contro il suo passato. Lui da solo, loro in centomila. Un confronto sproporzionato, suicida, segnato a priori. Eppure qualcosa non torna. Non torna perché, osservando il tecnico di Setubal, osservando la sua sicurezza, la sua concentrazione, la sua spavalderia, la sua determinazione, ti accorgi che, incredibilmente, dinanzi ai 100.000, a comandare è lui. E’ lui che guida le danze. E’ lui che, dal prato, lancia la sfida: “Sono qui. Non ho paura. Me ne infischio di tutti voi, delle vostre magliette, dei vostri proclama, della pelle che venderete cara. Io e i miei uomini la venderemo più cara di voi.” Li osserva, li ascolta, li lascia fare imperturbato e imperturbabile. Catalizza su di sé tutto l’odio sportivo che stasera trasuda dal Camp Nou. E’ una scena senza precedenti. Un allenatore che scelga di sfidare un intero stadio, e che stadio, io non l’avevo mai visto. E’ il segnale che il comandante lancia ai suoi uomini prima della grande battaglia: “Io non ho alcuna paura. E voi?” Pandev non c’è. I guai fisici degli ultimi giorni lo costringono al forfait. Al suo posto e nella sua stessa posizione c’è Chivu, largo a sinistra a sostenere il centrocampo e a provare le ripartenze. Dietro c’è il muro: Maicon-Lucio-Samuel-Zanetti. Di lì non si passa. Puoi fare ciò che vuoi: là dietro non passi. Non passi perché la macchina difensiva dell’Inter, ideata e costruita da Mourinho, è la quintessenza dell’organizzazione e della concentrazione. Non passi perché là vi trovi di tutto; persino Milito ed Eto’o. Non passi perché là dietro Mourinho li muove col telecomando. Non passi nemmeno se ci sbattono fuori Thiago Motta. Puoi fare tutte le sceneggiate che vuoi, puoi buttarti in terra a ogni minimo contrasto, puoi tenere palla per l’intera partita, puoi indossare le magliette più ridicole dell’intera storia del calcio, puoi chiedere ai tifosi di arrivare alle 20 del giorno prima o di venire sotto le nostre finestre a suonare i Gipsy Kings tutta notte: non passi, a Madrid ci andiamo noi. Ne siamo così certi che il gol di quel fanatico di Piqué, a pochi minuti dalla fine, ci coglie così di sorpresa da lasciarci senza fiato. In un baleno riaffiorano gli spettri dei tempi andati. Riaffiora Liverpool, riaffiora Manchester, riaffiora il Villareal. Ma non riaffiora la vecchia Inter. La corazzata tiene. Tiene nel cuore, nella testa e nelle gambe. E’ organizzata, sa quel che deve fare. I suoi uomini si muovono a memoria e chiudono ogni spazio. Sono in dieci ma non se ne accorge nessuno. Loro sì che vendono cara la pelle. Hanno il DNA del loro condottiero. Un unico brivido per un gol segnato a gioco fermo e arriva il triplice fischio. Siamo in finale. Mourinho corre braccia al cielo verso i tifosi nerazzurri. E’ per voi. I catalani piangono. I nostri pure. Gli idranti blaugrana, biechi come chi li avvia, tentano senza successo di annacquare l’ubriacatura nerazzurra. Andiamo a Madrid, ci andiamo con lo Special One, il più grande tecnico che, al pari di HH, si sia mai seduto sulla panca dell’Inter. Ci andiamo alla faccia dei gufi. Ci andiamo alla faccia di certi media. Ci andiamo con Mourinho, solo contro tutti. Come prima della gara, in mezzo al campo. A sfidare il mondo. Uno, Mourinho, I Centomila.

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L’amicizia al tempo di Facebook

Facebook dovrebbe smettere di utilizzare il termine amicizia. Quando due utenti scelgono di mettersi e rimanere in contatto tra loro utilizzando il social network più noto dell’universo, non stanno stringendo amicizia, stanno solo  – appunto – mettendosi in contatto tra loro. Potrebbero già essere amici o potrebbero anche non esserlo e non volerlo manco mai diventare. Vogliono solo mettersi in contatto, condividere argomenti, idee, contenuti, opinioni. Se poi sono anche amici, o se lo diverranno, è affar loro. Quindi basta con l’utilizzo di questo sostantivo dai significati così profondi. Sì, basta, perché  poi – tra l’altro – profonde diventano anche le implicazioni di un eventuale rifiuto. Tu rifiuti di entrare in contatto con lui e lui si offende perché gli hai rifiutato l’amicizia.

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Nodar Kumaritashvili e lo spettacolo della morte

Quando vedo alla TV le immagini di un uomo che muore, come accaduto ieri alle Olimpiadi invernali di Vancouver allo slittinista Nodar Kumaritashvili, rimango sempre perplesso. Perché mostrarle? Perché sbattere in prima pagina il volto ormai spento e sanguinante di quel povero ragazzo? Perché mostrarlo mentre vola via dal suo slittino per finire la sua vita addosso a un pilastro? Mi dirai: è cronaca, è diritto di cronaca. Sono d’accordo con te, ma cosa aggiungono alla cronaca le immagini di un ragazzo che sta inconsapevolmente vivendo i suoi ultimi istanti di vita? Aggiungono qualcosa? Cosa? Dimmelo, ti ascolto. Magari non ci arrivo io. Se me lo fai capire te ne sono grato. E i suoi genitori? I suoi fratelli? I suoi  cari? Non ti chiedi cosa possono provare quelle povere persone nel veder morire il loro figliolo, il loro giovane amico, il loro fratello in quel modo? E ai bambini che guardano la TV e che di colpo, magari per la prima volta, si trovano a fare i conti con la dura realtà della morte,  per giunta improvvisa? Non ci pensi? Boh, sono perplesso. Sono domande che mi pongo spesso, sai? Me le ponevo anche nell’occasione del terribile incidente occorso nell’agosto 2008 lungo l’autostrada A4, ripreso dalle telecamere di Autovie Venete e poi trasmesso ovunque. In quella circostanza, alla fine, mi convinsi che vedere quelle immagini avrebbe potuto rappresentare uno sprone per tutti gli automobilisti, me compreso, a rispettare sempre il Codice della strada, a mostrare prudenza, a non azzardare mai nulla. Nel caso del povero Nodar Kumaritashvili, mi sforzo, ma non trovo alcuna motivazione che giustifichi la pubblicazione di quel che abbiamo visto tutti. Se tu nei hai qualcuna, son qua che attendo di capire. Grazie.

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Terremoto nelle Marche: la terra si muove, i media no

Continuano le scosse di terremoto nelle Marche. Le zone di Fermo e Ascoli Piceno continuano a tremare senza tregua. Quattro scosse negli ultimi tre giorni. Una, di magnitudo 3.0, appena un’ora fa. Eccoti l’elenco aggiornato dei movimenti tellurici che a partire dallo scorso ottobre hanno colpito la zona. Il tutto – eccezion fatta per le scosse del 12  gennaio scorso, due delle quali di magnitudo 4.0 e 4.1 – nel più totale silenzio dei media. La terra si muove, i media no.

Data Ora Magnitudo
14.10.2009 21.34.17 3.0
14.10.2009 21.37.59 2.8
17.10.2009 08.00.51 2.7
19.10.2009 13.47.40 2.7
28.10.2009 15.16.20 2.8
14.12.2009 17.54.24 2.5
08.01.2010 23.40.20 2.9
10.01.2010 09.33.35 3.9
10.01.2010 13.37.36 3.1
10.01.2010 15.02.22 1.7
12.01.2010 09.07.16 2.9
12.01.2010 09.25.10 4.0
12.01.2010 09.35.59 2.6
12.01.2010 09.48.51 2.6
12.01.2010 12.26.49 2.7
12.01.2010 12.40.39 2.7
12.01.2010 14.35.44 4.1
12.01.2010 15.04.40 2.5
12.01.2010 20.05.05 2.8
13.01.2010 02.24.20 2.5
15.01.2010 14.35.29 2.6
15.01.2010 20.13.32 3.1
23.02.2010 12.32.34 2.7
01.02.2010 12.30.15 2.6
02.02.2010 20.42.43 3.5
02.02.2010 20.46.43 2.6
03.02.2010 08.53.55 3.0
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A Milano c’era il derby: in memoria di Guerrino

Partiamo in cinque: io, mio padre, elPustì, Guerrino e suo figlio Simone. Partiamo all’alba del 17 marzo 1985. È una fresca e soleggiata domenica di primavera. La  Citröen CX Break di mio padre punta verso Milano. Alle 14.30 c’è il derby. San Siro è ancora quello di un tempo: due soli anelli, posti numerati solo in tribuna. Chi tardi arriva male alloggia. Se non fosse per la presenza d’elPustì, la spedizione sarebbe del tutto equilibrata: io e mio padre a tenere per l’Inter, Guerrino e suo figlio per il Milan. Ma elPustì c’è, e con lui l’ago della bilancia pende inesorabilmente dalla parte nerazzurra. Ha vissuto i fasti dell’Inter di Herrera, si è lasciato rapire dagli affondo di Facchetti, dai lanci millimetrici di Suarez, dai guizzi di Sandro Mazzola, dalla foglia morta di Mariolino Corso. Ha visto Peiró beffare il portiere del Liverpool, ha udito mille volte Il Mago proferire taca la bala e ha visto la Beneamata trionfare al Prater, sconfiggere il Benfica, battere e ribattere l’Independiente, salire sul tetto d’Europa e del Mondo due volte consecutive. L’Inter, elPustì, ce l’ha nel sangue. Guerrino no. Lui tiene per il Milan. È il cugino di mio padre, hanno più o meno la stessa età. La passione calcistica li divide, certo, ma vanno d’accordo, si stimano. Si vedono spesso al bar e magari discutono animatamente, ma non hanno mai alcun motivo di buttarla sul personale. Sono uomini a modo, amano il calcio ma sanno tenerlo al posto giusto. Tant’è che, da buoni cugini, l’avventura del derby scelgono di viverla insieme. È la ventunesima di trenta giornate. L’Hellas Verona guidata da Osvaldo Bagnoli corre verso il suo storico scudetto. L’Inter e il Milan si accontenteranno del terzo e del quinto posto. Massimo Moratti e Silvio Berlusconi sono ancora lontani. L’Inter è nelle mani del rag. Ernesto Pellegrini, il cuoco di Villar Perosa, mentre il Milan è proprietà di un inguaiato Giuseppe Farina. A guidare i nerazzurri Ilario Castagner, quello del Perugia dei miracoli. Sulla panchina rossonera c’è Il Barone: Nils Liedholm. Là davanti, a farmi sognare, Karl Heinz Rummenigge.  Loro hanno Mark Hateley e Pietro Paolo Virdis. Arriviamo allo stadio più tardi del previsto; gli spalti sono già gremiti in ogni ordine di posto. Ci sistemiamo in quella che oggi chiamano Tribuna Arancio, in piedi, stretti stretti, nell’angolino alto di sinistra, al pari della linea di porta. Non è una gran posizione ma va bene lo stesso. Sono teso, ho appena 17 anni ed è la prima volta che assisto a un derby. Mi estraneo dal resto della truppa. Per novanta minuti i miei compagni di viaggio non esistono: c’è solo l’Inter. Pazienza se Guerrino e suo figlio fanno il tifo per quegli altri. Io sono lì per l’Inter. Passano in vantaggio loro, orca l’oca. Guerrino e Simone esultano. Io sto malissimo. Poi Rummenigge – gol storico il suo – infila Terraneo con un missile terra-aria senza precedenti. Stavolta esulto io. Simone e Guerrino tacciono. A dieci minuti dal termine raddoppia Spillo Altobelli. Esulto di nuovo e di più. Sembra fatta. Ma a pochi istanti dal fischio finale Vinicio Verza ristabilisce la parità. Guerrino e Simone possono liberare la loro gioia. Finisce 2-2. Torniamo a casa senza vinti né vincitori. Il viaggio di ritorno, smaltita la tensione della gara, è divertente. Quattro ore a parlare del derby, quattro ore a difendere le proprie passioni.  Un abitacolo e cinque commissari tecnici. elPustì parla poco, c’è rimasto male; il gol beccato all’89° non l’ha digerito proprio. La sua Inter, l’Inter di Herrera, avrebbe vinto. Io e Simone ci punzecchiamo più volte, ma senza cattiveria. Meritava l’Inter. No, meritava il Milan. Ha giocato meglio l’Inter. No, ha giocato meglio il Milan. Non se ne esce. Siamo giovani e convinti. Con gli anni impareremo che non vale la pena. Mio padre vede nerazzurro ma parla poco e si limita a guidare. Guerrino vede rossonero, e parla, ma con garbo come sempre. Tra una chiacchiera e l’altra, tra uno sfottò e una punzecchiata, arriviamo ad Ancona e pigliamo la strada di casa. Ci siamo divertiti. È stata una bella esperienza. La ricordo ancora oggi, a 25 anni di distanza. Ho imparato là che il calcio non può e non deve in alcun modo dividere. Ho imparato là che la differenza di età non rappresenta un ostacolo ma una ricchezza.  Ma è un’esperienza che non potrò più ripetere. elPustì se ne è andato alcuni anni fa. Guerrino ci ha lasciati ieri, all’improvviso, a pochi passi dalla moglie. Lei lo attendeva in auto. Torno subito le aveva detto. Non c’è riuscito. Mi piange il cuore.

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Terremoto nelle Marche: i media continuano a tacere

Continuano le scosse di terremoto nell’area di Ascoli Piceno. Continuano nel silenzio dei media. Ne riferivo già il 30 ottobre. Eccoti, aggiornata, la tabella dei movimenti tellurici che hanno interessato la zona negli ultimi tre mesi. E visto che nessuno ne parla, eccoti le istruzioni della Protezione Civile su cosa fare in caso di forti scosse. Non ce ne sarà bisogno, certo. Ma io un’occhiata ogni tanto, visto il susseguirsi delle scosse, preferisco dargliela. Alla faccia, lo ribadisco, dei media e del loro silenzio narcotizzante.

Data Ora Magnitudo
14.10.2009 21.34.17 3.0
14.10.2009 21.37.59 2.8
17.10.2009 08.00.51 2.7
19.10.2009 13.47.40 2.7
28.10.2009 15.16.20 2.8
14.12.2009 17.54.24 2.5
08.01.2010 23.40.20 2.9
10.01.2010 09.33.35 3.9
10.01.2010 13.37.36 3.1
10.01.2010 15.02.22 1.7
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